mercoledì 15 maggio 2019

Vita da pendolare. Parte 4. Razzismo ad alta velocità.

Aveva delle scarpe nuove. Di un rosso elegante e per niente volgare. Le guardava e si sentiva compiaciuta. Ancora nel letto con gli occhi stanchi pensava che sarebbe stato bello vestirsi e fare un giro su quelle nuove scarpe. Si sarebbe stropicciata gli occhi e nella penombra avrebbe afferrato il telecomando cercando invano un canale che la mettesse di buon umore. Un umore ancora incerto, essendo lunedì ed essendo mattino. Tuttavia avrebbe trovato il coraggio di uscire da sotto le coperte e gettarsi dell'acqua gelida sul volto. Questo è un rito molto importante: prima di andare a letto e appena sveglia, si gettava dell'acqua fredda in faccia. Non importava se fosse inverno o se fosse estate; prima di dormire ed appena sveglia era una cosa che doveva assolutamente fare. Anche quando andava via per lavoro o quando tornava nella casa dove era cresciuta. Pensava fermamente che fosse una cosa che ognuno dovrebbe fare. La sera aveva l'impressione di gettare via le cattive espressioni, quelle che ne scaturiscono dalle parole non dette, dai pensieri privi di voce. Quelli voleva lavarsi via, perché erano pelle morta ormai. Così riusciva a rilassarsi e a dormire serena. La mattina lo faceva per darsi una sveglia, darsi la carica e poi le piaceva vedere la pelle del volto raggrinzirsi quando, dopo una nottata sotto le coperte ad alte temperature,  incontrava la temperatura gelida dell'acqua. Che sia corretto per la pelle oppure no, per lei non aveva importanza alcuna.
Tuttavia aveva imparato benissimo a convivere con il colore di quella pelle. Nero. Di un nero intenso, di una compattezza rara e priva di ogni forma di imperfezione. Aveva vissuto in giro per il mondo, qualche anno in Germania, in Francia e in Svizzera, per poi approdare a Torino.
Quella mattina avrebbe preso il treno delle 7. Il solito treno pieno zeppo di pendolari. Aveva indossato una tuta comoda per il viaggio e per poter trasportare più agevolmente quell'enorme valigia che doveva portarsi dietro.  Arrivata a Porta Susa con affanno era riuscita a salire sul treno portandosi dietro quell'enorme peso, senza che nessuno le desse una mano. Che fosse nera di vedeva, che avesse una grande valigia anche ma tanto ormai nessuno di noi fa più caso al colore della pelle, nessuno di noi discrimina per sesso, religione o appartenenza a qualche gruppo politico. Tuttavia, abituata a cotanta indifferenza riesce a salire e a posizione la valigia nell'apposito spazio che si trova tra le porte d'uscita e la carrozza. Il suo posto era esterno, nella fila vicina alla mia. Ci separava solo lo stretto corridoio del treno. Chi viaggia lo sa bene, si ha davvero pochi minuti per salire sul treno il quale riparte praticamente subito. Ma quella mattina invece di minuti ne erano passati già 3 e le porte non si richiudevano per partire. Nel silenzio tombale della carrozza, alcuni pendolari sbadigliavano, altri leggevano, alcuni avevano già messo auricolari per piombare in un sonno profondo di 35 minuti e i più milanesizzati già imprecavano per i minuti sprecati, fermi in stazione.
- Spero per loro che recuperino questi minuti!
-Vedrai che li recupera, siedi e dormi!
- Non è possibile che un treno che nasce a Torino parta già in ritardo!

Nel frattempo, le porte della carrozza di aprono e un controllore inizia a marciare verso di noi. Si ferma affianco a me e dandomi le spalle. Controlla la ragazza di colore, la guarda male, controlla la grande valigia, va via e scompare dietro la porta della carrozza. Inutile dire che siamo partiti dopo mezzo minuto. La ragazza mi guarda e mi dice:
- Incredibile, è venuta a controllarmi!
- Ma no, cosa dici? Perché avrebbe dovuto?
- Perché sono nera? Non lo vedi?
- Queste cose ormai non esistono più..
- Forse per te, che sei bianca. Ho girato il mondo, so bene come funziona.

Non le ho più risposto perché nella mia ingenuità non ci aveva fatto caso e mi aveva tremendamente turbata la scena a cui avevo assistito. Per i primi 15 minuti di viaggio continuavo a ripetermi che c'era sicuramente un'altra ragione. Non ci volevo credere. Ma poi ho avuto la conferma: dopo 20 minuti, la signora che le sedeva accanto, ha preso le sue cose e ha cambiato posto.
La ragazza mi guarda come per dire:
- Hai visto?
L'ho guardata come ti guarda un ladro scoperto a rubare, come ti guarda qualcuno che si vergogna terribilmente di qualcosa che ha fatto. Mi sono vergognata e le ho chiesto scusa.


Ora, che questa ragazza avesse comprato delle scarpe rosse o che amasse gettarsi acqua gelida in faccia prima di andare a dormire, non potevo saperlo. Me la sono immaginata così. Non potevo sapere nemmeno la destinazione del suo viaggio. Ma il punto è che non mi piace il paese che stiamo diventando. Non mi piace e non mi ci riconosco.