domenica 29 marzo 2020

Come se fosse pioggia ma non si vede

Ogni volta mi stupisce la moltitudine di gente che incrocio nella stazione di Milano Centrale. In tutti questi anni di pendolarismo, ho preso il treno a tutte le ore del giorno e della notte. Le prime volte che provavo una fascia oraria diversa mi chiedevo : "ah, chissà se ci sarà tanta gente". Puntualmente ne trovavo sempre più del previsto. Quest'anno ho provato a prendere un treno anche la sera di Natale. Ero sicura di trovare una stazione deserta. Niente da fare: c'è sempre gente in movimento, collegati da qualche binario o dalla rete. Si raggiunge ogni parte del mondo in poco tempo. Ma mai, mai avrei potuto immaginare cosa sarebbe accaduto da li a due mesi. Le stazioni vuote, le piazze vuote, le strade deserte, il silenzio e le luce accese dei balconi.
La mia quarantena è iniziata il 29 Gennaio. Non che avessi minimamente idea di come e quando il covid19 sarebbe entrato nelle nostre vite, ma semplicemente perché al settimo mese di gravidanza mia figlia ha deciso di dare un taglio alla mia vita frenetica da pendolare. Ed anche in questo caso, mai avrei pensato di poter sentire la mancanza di quelle corse frenetiche ai binari, treni presi al volo e viaggi in metro in mezzo ad un mare di gente. Eravamo felici e non lo sapevamo. O forse no? Non mi pesa stare in casa, ci sono troppe cose da fare per annoiarsi. La noia è sempre stata la mia peggior nemica pertanto la evito. Sempre. Ciò che caratterizza questo periodo di quarantena è la paura. Non sento la necessità di fare una passeggiata o vedere gente, ma sento la necessità di non provare più questa sensazione di paura che è costante e rende il respiro pesante. Talmente pesante che ho la sensazione di sognare, come se da un momento all'altro dovessi svegliarmi e dire: "oh mio dio, ho fatto un sogno terribile. Eravamo tutti in quarantena a causa di un virus con un R0=2,5."
Ed invece no, sono sveglia e sento sempre questo peso nel cuore. Non siamo in guerra, non mi piace paragonare questo momento ad una guerra. Lo detesto e lo trovo poco rispettoso. La guerra è distruzione senza mezzi termini. E' morte certa senza alcun bisogno di calcolo del relativo R0 e di curve epidemiologiche. Ogni giorno mi siedo sulla mia poltrona davanti alla finestra e guardo Corso Francia vuoto. E penso che non è guerra. E' pandemia. Mai come in questi momenti è importante chiamare le cose con il proprio nome. Forse dobbiamo solo aspettare, in casa, che passi. Come se fosse un temporale, come se fosse uno di quei mesi piovosi torinesi in cui la pioggia non smette e non smette finché, quando ti sei abituato a tenere con te l'ombrello, una mattina ti alzi ed è tutto finito. Ci sarà tempo per fare considerazioni socio-economiche-politiche. Per adesso voglio pensare che sia solo pioggia. E nel silenzio di questa strana pioggia, guardo fuori e aspetto che passi. E aspetto. Ti aspetto sotto una pioggia che non si vede.