mercoledì 24 agosto 2022

Eshkol Nevo - Tre Piani






Bisogna lasciare sedimentare prima di scrivere di questo libro. Un palazzo, tre piani, tre storie e tante anime. Si, si tratta di anime. Nevo non ha bisogno di una scrittura ricercata, non ha bisogno di descrivere i personaggi nel loro aspetto fisico. Eppure sono lì, davanti ai nostri occhi, limpidi. Questo accade perché quando si descrivono le anime, i rapporti, le emozioni allora non c’è bisogno di descriverne l’aspetto. Si è fatto di più. E questo abbiamo, di più. 

I temi sono complessi e le cose da dire infinite: rapporti di coppia che cambiano, che avrebbero voluto cambiare ed altri, invece,  che non ne hanno avuto il tempo. Rapporti con i figli. Maternità. Lutto. Pazzia. Non si può essere prolissi per descrivere questo libro. Bisogna viverlo. Nessuna pietà per i personaggi del primo piano la cui storia ti lascia incollata col naso sulle pagine del libro. Molta di pietà, invece, per la protagonista del secondo piano. Complessa, infine , la famiglia del terzo : un padre duro che muore,un figlio che commette un reato e che non si perdona, una madre nel mezzo.

domenica 29 marzo 2020

Come se fosse pioggia ma non si vede

Ogni volta mi stupisce la moltitudine di gente che incrocio nella stazione di Milano Centrale. In tutti questi anni di pendolarismo, ho preso il treno a tutte le ore del giorno e della notte. Le prime volte che provavo una fascia oraria diversa mi chiedevo : "ah, chissà se ci sarà tanta gente". Puntualmente ne trovavo sempre più del previsto. Quest'anno ho provato a prendere un treno anche la sera di Natale. Ero sicura di trovare una stazione deserta. Niente da fare: c'è sempre gente in movimento, collegati da qualche binario o dalla rete. Si raggiunge ogni parte del mondo in poco tempo. Ma mai, mai avrei potuto immaginare cosa sarebbe accaduto da li a due mesi. Le stazioni vuote, le piazze vuote, le strade deserte, il silenzio e le luce accese dei balconi.
La mia quarantena è iniziata il 29 Gennaio. Non che avessi minimamente idea di come e quando il covid19 sarebbe entrato nelle nostre vite, ma semplicemente perché al settimo mese di gravidanza mia figlia ha deciso di dare un taglio alla mia vita frenetica da pendolare. Ed anche in questo caso, mai avrei pensato di poter sentire la mancanza di quelle corse frenetiche ai binari, treni presi al volo e viaggi in metro in mezzo ad un mare di gente. Eravamo felici e non lo sapevamo. O forse no? Non mi pesa stare in casa, ci sono troppe cose da fare per annoiarsi. La noia è sempre stata la mia peggior nemica pertanto la evito. Sempre. Ciò che caratterizza questo periodo di quarantena è la paura. Non sento la necessità di fare una passeggiata o vedere gente, ma sento la necessità di non provare più questa sensazione di paura che è costante e rende il respiro pesante. Talmente pesante che ho la sensazione di sognare, come se da un momento all'altro dovessi svegliarmi e dire: "oh mio dio, ho fatto un sogno terribile. Eravamo tutti in quarantena a causa di un virus con un R0=2,5."
Ed invece no, sono sveglia e sento sempre questo peso nel cuore. Non siamo in guerra, non mi piace paragonare questo momento ad una guerra. Lo detesto e lo trovo poco rispettoso. La guerra è distruzione senza mezzi termini. E' morte certa senza alcun bisogno di calcolo del relativo R0 e di curve epidemiologiche. Ogni giorno mi siedo sulla mia poltrona davanti alla finestra e guardo Corso Francia vuoto. E penso che non è guerra. E' pandemia. Mai come in questi momenti è importante chiamare le cose con il proprio nome. Forse dobbiamo solo aspettare, in casa, che passi. Come se fosse un temporale, come se fosse uno di quei mesi piovosi torinesi in cui la pioggia non smette e non smette finché, quando ti sei abituato a tenere con te l'ombrello, una mattina ti alzi ed è tutto finito. Ci sarà tempo per fare considerazioni socio-economiche-politiche. Per adesso voglio pensare che sia solo pioggia. E nel silenzio di questa strana pioggia, guardo fuori e aspetto che passi. E aspetto. Ti aspetto sotto una pioggia che non si vede.


mercoledì 15 maggio 2019

Vita da pendolare. Parte 4. Razzismo ad alta velocità.

Aveva delle scarpe nuove. Di un rosso elegante e per niente volgare. Le guardava e si sentiva compiaciuta. Ancora nel letto con gli occhi stanchi pensava che sarebbe stato bello vestirsi e fare un giro su quelle nuove scarpe. Si sarebbe stropicciata gli occhi e nella penombra avrebbe afferrato il telecomando cercando invano un canale che la mettesse di buon umore. Un umore ancora incerto, essendo lunedì ed essendo mattino. Tuttavia avrebbe trovato il coraggio di uscire da sotto le coperte e gettarsi dell'acqua gelida sul volto. Questo è un rito molto importante: prima di andare a letto e appena sveglia, si gettava dell'acqua fredda in faccia. Non importava se fosse inverno o se fosse estate; prima di dormire ed appena sveglia era una cosa che doveva assolutamente fare. Anche quando andava via per lavoro o quando tornava nella casa dove era cresciuta. Pensava fermamente che fosse una cosa che ognuno dovrebbe fare. La sera aveva l'impressione di gettare via le cattive espressioni, quelle che ne scaturiscono dalle parole non dette, dai pensieri privi di voce. Quelli voleva lavarsi via, perché erano pelle morta ormai. Così riusciva a rilassarsi e a dormire serena. La mattina lo faceva per darsi una sveglia, darsi la carica e poi le piaceva vedere la pelle del volto raggrinzirsi quando, dopo una nottata sotto le coperte ad alte temperature,  incontrava la temperatura gelida dell'acqua. Che sia corretto per la pelle oppure no, per lei non aveva importanza alcuna.
Tuttavia aveva imparato benissimo a convivere con il colore di quella pelle. Nero. Di un nero intenso, di una compattezza rara e priva di ogni forma di imperfezione. Aveva vissuto in giro per il mondo, qualche anno in Germania, in Francia e in Svizzera, per poi approdare a Torino.
Quella mattina avrebbe preso il treno delle 7. Il solito treno pieno zeppo di pendolari. Aveva indossato una tuta comoda per il viaggio e per poter trasportare più agevolmente quell'enorme valigia che doveva portarsi dietro.  Arrivata a Porta Susa con affanno era riuscita a salire sul treno portandosi dietro quell'enorme peso, senza che nessuno le desse una mano. Che fosse nera di vedeva, che avesse una grande valigia anche ma tanto ormai nessuno di noi fa più caso al colore della pelle, nessuno di noi discrimina per sesso, religione o appartenenza a qualche gruppo politico. Tuttavia, abituata a cotanta indifferenza riesce a salire e a posizione la valigia nell'apposito spazio che si trova tra le porte d'uscita e la carrozza. Il suo posto era esterno, nella fila vicina alla mia. Ci separava solo lo stretto corridoio del treno. Chi viaggia lo sa bene, si ha davvero pochi minuti per salire sul treno il quale riparte praticamente subito. Ma quella mattina invece di minuti ne erano passati già 3 e le porte non si richiudevano per partire. Nel silenzio tombale della carrozza, alcuni pendolari sbadigliavano, altri leggevano, alcuni avevano già messo auricolari per piombare in un sonno profondo di 35 minuti e i più milanesizzati già imprecavano per i minuti sprecati, fermi in stazione.
- Spero per loro che recuperino questi minuti!
-Vedrai che li recupera, siedi e dormi!
- Non è possibile che un treno che nasce a Torino parta già in ritardo!

Nel frattempo, le porte della carrozza di aprono e un controllore inizia a marciare verso di noi. Si ferma affianco a me e dandomi le spalle. Controlla la ragazza di colore, la guarda male, controlla la grande valigia, va via e scompare dietro la porta della carrozza. Inutile dire che siamo partiti dopo mezzo minuto. La ragazza mi guarda e mi dice:
- Incredibile, è venuta a controllarmi!
- Ma no, cosa dici? Perché avrebbe dovuto?
- Perché sono nera? Non lo vedi?
- Queste cose ormai non esistono più..
- Forse per te, che sei bianca. Ho girato il mondo, so bene come funziona.

Non le ho più risposto perché nella mia ingenuità non ci aveva fatto caso e mi aveva tremendamente turbata la scena a cui avevo assistito. Per i primi 15 minuti di viaggio continuavo a ripetermi che c'era sicuramente un'altra ragione. Non ci volevo credere. Ma poi ho avuto la conferma: dopo 20 minuti, la signora che le sedeva accanto, ha preso le sue cose e ha cambiato posto.
La ragazza mi guarda come per dire:
- Hai visto?
L'ho guardata come ti guarda un ladro scoperto a rubare, come ti guarda qualcuno che si vergogna terribilmente di qualcosa che ha fatto. Mi sono vergognata e le ho chiesto scusa.


Ora, che questa ragazza avesse comprato delle scarpe rosse o che amasse gettarsi acqua gelida in faccia prima di andare a dormire, non potevo saperlo. Me la sono immaginata così. Non potevo sapere nemmeno la destinazione del suo viaggio. Ma il punto è che non mi piace il paese che stiamo diventando. Non mi piace e non mi ci riconosco.

 

sabato 1 settembre 2018

Vita da pendolare. Parte 3

Appena fuori dal treno della metro sento già l'odore della pioggia.
Il primo giorno di lavoro, dopo le calde ma brevi ferie estive, ho sentito quell'odore appena le porte della metro della fermata Paradiso di Torino si sono aperte. Avrei potuto accorgermene già seduta nel mio FrecciaRossa se solo avessi guardato fuori, sarebbe bastato anche solo guardare la gente, ancora poca rispetto al regolare flusso di pendolari, con in mano  un ombrello...ma non guardavo. Pensavo. Pensavo con il naso immerso nel libro che leggevo e che volgeva ormai al termine: Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese.
Si è lasciato leggere tutto d'un fiato, il tempo necessario per far partire i pensieri, quelli intensi, quelli che mi piacciono.
Due donne, un uomo ed un bambino che hanno deciso di farla finita in diversi modi e in diversi posti di New York. Prima che interrompano le loro vite, un uomo senza nome propone loro di posticipare il tutto di sette giorni, al termine dei quali saranno ricondotti in quel preciso istante e nei rispettivi luoghi scelti e, se ancora convinti di mettere fine alle loro vite, avrebbero potuto farlo. Tutto ciò che chiede loro sono sette giorni. Inizia così questo folle viaggio nelle vite di questi personaggi che imparano a guardare negli occhi le loro paure e assistono ai loro funerali. Vedono come sarebbe la vita dopo di loro. Chi li avrebbe pianti per sempre, chi per un giorno e chi per niente.

Io quando sto male faccio sempre un gioco, mi guardo intorno, osservo le persone [..] e penso che tra..ottanta, cento anni non ci saranno più, non ci sarà più nessuno di loro, ma proprio nessuno.[...] Saremo tutti sostituiti da altrettante persone con altrettani affanni, problemi, speranze, paure.[...] Pensa quanto siamo sostituibili. Però siamo anche un pò unici, perchè la nostra storia non sarà mai uguale a quello di nessun altro. [...]
 Siamo sostituibili e anche unici. I concetti di eternità ed unicità sembrano essere tipici della specie umana. Ognuno di noi nel suo piccolo vuole sentirsi unico e in questo non c'è nulla di malvagio o sbagliato. Ma il vero tema è capire che si è unici e che si è anche sostituibili. Ognuno di noi ha un talento che misto ad alcune caratteristiche lo rende unico ma, e ripeto MA, per nostra natura siamo sostituibili. Il carattere ossimorico di questa frase potrebbe far storcere il naso ma è proprio qui il bello della vita. Abbiamo l'unicità e non l'abbiamo. Sembra una bella definizione matematica: esistenza ed unicità quasi ovunque o meglio dire esistenza ed unicità quasi sempre. E dentro quel quasi c'è tutta una vita. Ne abbiamo una su questa terra e in questo corpo ed a queste condizioni. Bisogna solo capire come conviverci.

Sapere troppo ci rende vulnerabili, talvolta è meglio limitarsi a credere.
 Non sappiamo molte cose: per quanto resteremo, con chi resteremo ma possiamo scegliere il come e cercare di capire che ne vale la pena, sempre.

Io non posso garantirvi che sarete felici. Un giorno sarete la lucina accesa, un giorno quella spenta, l'unica cosa davvero importante è che abbiate nostalgia della felicità. Solo così vi verrà voglia di cercarla.
 La felicità. Il vero grande mistero.Un'illusione forse? Chi può dirlo.
Ma forse, è meglio limitarsi a credere. Dopo tutto come diceva Confucio
Ognuno di noi ha due vite: la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una.

venerdì 24 novembre 2017

Vita da pendolare. Parte 2

Era un lunedì. E' importante specificarlo per capire il mood del momento. Il weekend era stato particolarmente stressante e non mi sentivo riposata e, men che meno, carica per affrontare un'altra lunga settimana di AR sui frecciarossa lungo la tratta TO-MI. Quella era una di quelle mattine in cui quando suona la sveglia ti sembra di aver chiuso gli occhi un attimo prima e ogni fibra del tuo corpo implora il riposo. Tuttavia ti alzi, prendi una di quelle barrette proteiche con lo 0% di grassi e corri in stazione. Il mio volto è sempre stato limpido e chiaro: se sono arrabbiata, si vede; se sono triste, si vede; se sono assonnata, si vede; se non voglio parlare con nessuno; si vede. Quel giorno ero a metà tra l'assonnata e il non voler parlare con nessuno. Durante queste giornate mi auguro sempre che il mio posto non sia quello con il tavolino condiviso da altre tre persone. Mi sono accorta che quando la prenotazione casuale ti assegna uno di quei posti, hai l'80% della probabilità di condividere il tavolino con 3 viaggiatori occasionali e dunque non pendolari. I viaggiatori occasionali che detesto di più al mattino, sono quelli che sperimentano l 'AV per la prima volta, sono quelli che mettono piede su un frecciarossa per la prima volta. Intendiamoci, li detesto di più solo se sono nel mood del lunedì mattina. Per il semplice fatto che questa tipologia di viaggiatori è euforica. Sono svegli ed euforici. Pertanto parlano a voce alta.
In ogni carrozza ci sono diversi mini schermi riposti in alto che, oltre a trasmettere notizie e pubblicità varie, indicano la velocità di viaggio. Pertanto, i viaggiatori della categoria prima descritta, passano la maggior parte del tempo a leggere la velocità del treno che via via aumenta fino ad arrivare a segnare i famosi 300 km/h. Non si limitano a leggerla, ma la urlano, km/h per km/h stanno li a monitorare l'aumento di velocità e, di conseguenza, a condividerla con tutti i passeggeri della carrozza. Ma, si capisce, è la loro prima volta e quindi nessuno osa dir nulla. Sfortunatamente questa tipologia di viaggiatori li si becca spesso il lunedì ed il venerdì, pertanto è molto probabile che il mood del pendolare mal si concili con la loro euforia.

Quel lunedì, chiaramente, mi era stato assegnato un posto con tavolino condiviso con altre tre persone. E poiché era lunedì, tre viaggiatori occasionali, tre donne, tre amiche.
Leggo numero e lettera, mi avvicino e prima di sedermi accenno un 'Salve' con la testa ma senza emettere suono con la bocca e senza nemmeno fare un sorriso. Di solito sono segnali sufficienti a sbollire un po di euforia ma loro ne avevano troppa in corpo quindi non è stato sufficiente. Mi pareva che la più giovane avesse 50 anni ma erano ben curate nei dettagli. Vestivano in modo ricercato prestando  attenzione ai particolari e, cosa che ho apprezzato tantissimo,  un ottimo accostamento di colori. Una vestiva toni di grigio e blu, l'altra marrone e panna e l'ultima total black. La mia vicina aveva lo stesso profumo della mia maestra della scuola materna, la maestra Paola. Una maestra dolcissima con i capelli color oro, cotonati ogni mattina e degli occhiali grandi che le coprivano il volto. Non ho mai scoperto che profumo usasse ma quando lo ritrovo in qualche signora, i miei pensieri vanno subito a lei. Ho ricordi molto vaghi di quel periodo ma quel profumo..quel profumo è ancora vivo dentro di me. Non posso negare che tale profumo abbia mitigato il mio mood e quindi ero, e lo sono stata, pronta a perdonare loro tutti i commenti esterrefatti che, da li a poco, avrebbero fatto sull'AV. Pertanto, chiusi gli occhi e mi abbandonai a quel profumo e a quel tepore del treno.

Non sono riuscita a dormire ma ho potuto ascoltare i loro discorsi, non solo io a dire il vero, ma tutta la carrozza. Avevano delle belle voci e sostengo che il volume sarebbe stato moderato in caso di mancata euforia.
- forse dovremmo comprarle delle scarpette rosa-propose la Tolal_Black
- una tuta rosa sarebbe più utile - incalzò la marrone_panna

- un bella cucina per bimbe. Ho visto che adesso ci mettono anche un sistema idrico per far venir fuori dell'acqua vera e quindi può giocare a lavare i piatti - rilanciò convinta la grigio_blu
-anche una scopa elettrica per bimbe mi sembra carino ed originale - disse la 
marrone_panna accogliendo la tipologia di regalo dell'amica


Ad essere sinceri non ho più ascoltato il resto della conversazione, del tutto normale e lineare. Le ho lasciate li a chiacchierare, prima con la mente e poi con il corpo una volta arrivata a Milano. Le ho lasciate li perché loro parlavano e la gente intorno le ascoltava senza darne troppa importanza. Dopo tutto, cosa stavano dicendo di male? Se avessero imprecato, ruttato, litigato allora si che ci sarebbe qualcosa da dire. Ma cosa c'è da dire riguardo ad una normale discussione tra amiche circa un regalo da fare ad una bimba. Forse nulla, o forse troppo.

I bambini nascono puri, non hanno pregiudizi e non fanno discriminazioni di razza, colore, sesso. Ai loro occhi sono tutti uguali. Mio dio, quanto ci piace parlare di uguaglianza. Ci facciamo false leggi su questa bella parola, peccato che c'è gente che ci è anche morta perché ne dava il giusto peso. Oggi nel 2017 lottiamo nel nome dell'uguaglianza, delle pari opportunità, a favore dei diritti dei gay, contro le violenze sulle donne. Lottiamo molto ma in realtà non lottiamo affatto. In realtà, siamo lo stesso popolo bigotto e cattolico di sempre. Siamo solo più colti e sappiamo nasconderci dietro le belle parole. In realtà, siamo quel popolo che cambia lato del marciapiede se vede un uomo di colore, che guarda male o abbassa lo sguardo davanti a due ragazzi che si tengono per mano in metro ma poi "guarda che io hoa anche un amico gay!!!!".
 E poi ho capito. La nostra grande eterna contraddizione, la nostra falsità e la nostra presunzione.
 Noi mettiamo al mondo un figlio e decidiamo che femmina è rosa e blu è maschio.
Abbiamo dato un sesso ai colori, pensate un po' come ghettizziamo i figli appena nati. Nasce una femminuccia e lei subito impara che il rosa è il suo colore, che avere una cucina per bimbe è il suo regalo più bello, che avere una scopa elettrica come quella "della mamma"  è una cosa bellissima. Nasce un maschietto e lui subito impara che il blu è il suo colore, che mettere una tutina rosa non è giusto e che le pistole, le moto, le macchine, il pallone, questi si che sono i giochi da maschio. Allora  insegniamo loro anche a far la guerra, con le pistole, con i soldatini, con i videogiochi. Insegniamo loro che la guerra è un gioco e che mica si muore davvero. Poi crescono e la guerra la fanno sul serio. L'importante è avere un fiocco blu sulla porta od un fiocco rosa per discriminare in partenza. Così, senza nemmeno aver fatto il primo respiro, il primo pianto. Tu sei rosa e tu sei blu. Ma poi parliamo di uguaglianza, di pari opportunità, di pace, di amore. Quanto ci piace parlare.
E poi ti ritrovi  ad un aperitivo dove nessuno uomo berrà da un bicchiere rosa, nessun uomo prenderà delle posate rosa od un piattino rosa. Macché sei matta? Quello è da femmina!
Come se essere femmina (mica donna) fosse una cosa terribile, come se per l'uomo che è stato cresciuto in una stanza blu, con tutine blu, col pallone blu, col fiocco blu, fosse meglio avere un cancro piuttosto che essere additato come una femminuccia. La donna deve essere debole e l'uomo deve essere quello forte. Possiamo fare tutti i bei discorsi che vogliamo, farci sopra tutte le leggi che ci pare. Possiamo vedere le donne raggiungere le vette più alte. Ma nulla cambierà finché noi insegniamo questo ai nostri figli. Implicitamente mettiamo loro un marchio, diciamo loro che se sei maschio blu devi allora amare una femmina rosa e se invece ti innamori di maschio blu, beh allora..beh allora è peccato.
Se sei femminuccia rosa allora devi cucinare, devi saper usare la scopa elettrica.  Noi donne oggi pensiamo di aver ottenuto il nostro diritto all' uguaglianza, ma invece abbiamo solo fumo negli occhi. Finché vedrò fiocchi rosa e fiocchi blu sulle porte delle case, non potrò mai dire di vivere in un paese libero, in un paese in qui il principio di uguaglianza è ben intrinseco in ognuno di noi. Finché le donne stesse appenderanno quel fiocco sulla porta, avremmo tutti perso in partenza. Le donne, gli uomini e gli uomini che amano altri uomini e le donne che amano altre donne, e le donne che lavorano fino a tardi e sono loro a trovar sul tavolo la cena calda che il maschio blu ha preparato per la donna rosa.


venerdì 17 novembre 2017

Vita da pendolare. Parte 1

Il periodo dell'anno che preannuncia l'inverno è quello che mi angoscia di più.  Le foglie sono cadute dagli alberi che  adesso sono secchi e spogli. Soprattutto quando guardo fuori seduta nella carrozza 7a del frecciarossa 9513 diretta verso milano, mi accorgo che la natura si prepara ad un lungo letargo. Essere pendolare permette di accorgerti delle stagioni che passano. È una magra consolazione per chi è schiavo di un treno ma ho imparato ad apprezzare questo aspetto che, altrimenti, passerebbe inosservato. Le montagne diventano bianche e tutto appare freddo. Appare, perché fa freddo. Letteralmente freddo. C'è da dire che la moltitudine di gente che s'incontra ogni giorno mi sbalordisce sempre di più.  Invece, le solite facce dei pendolari, come me, sono ormai stampate nella mia mente. Ogni mattino lo stesso rituale, le stesse espressioni assonnate e la stessa posizione d'attesa dietro la linea gialla della banchina del solito binario 2. Ci si accenna un saluto, una smorfia a volte anche solo uno sguardo come a voler confermare la propria presenza, come a voler condividere un male comune. Poche parole, solo i nuovi parlano e si riconoscono subito. Quando c'è una faccia nuova la si individua facilmente. I "nuovi" parlano. Parlano tanto. È tutto un fermento nel voler comprendere il meccanismo di prenotazione posto, carrozza, treno. È tutto un fermento nello scoprire se un treno è in orario oppure in ritardo. È tutto un fermento per cronometrare i minuti necessari per percorrere il tratto binario- metro. E allora giù con tutte le stime, con la velocità del passo e con la lunghezza della gamba perché per un pendolare anche una sola variabile può cambiare la propria situazione.  Compreso il tutto, considerata ogni alternativa di viaggio, impostata ormai la sveglia alle 5 del mattino, i nuovi non sono più nuovi e cadono nel silenzio che ci accomuna. Silenzio rispettoso verso ognuno di noi. Ci si sente parte di un gruppo e si ripetono gli stessi rituali ogni mattina. Quando ero "nuova" mi è capitato di assistere ad una conversazione tra un'anziana signora ed un gruppetto misto di pendolari. Da li ad una settimana sarebbe andata in pensione e nel suo volto c'era solo disperazione. Non per il lavoro,  sia chiaro era ben contenta di occuparsi dei suoi libri e dei suoi dipinti, era disperara perché per lei erano fondamentali quei rituali ormai fatti per 40 anni. Trascorreva del tempo con se stessa durante il viaggio verso Milano e, diceva, sul treno  ho preso le decisioni più importanti della mia vita. Quello che scoprì dopo era che aveva viaggiato per 40 anni con il regionale perché a quel tempo non esisteva l 'AV. Oggi sarebbe impensabile.

Tutto può sembrare incredibilmente romantico ma vi posso assicurare che quando suona la sveglia alle 5 del mattino e sai che dovrai correre più di tutti per arrivare in orario a lavoro, i pensieri dei pendolari non sono per nulla romantici. Proprio per questo, forse,si sceglie il silenzio.

giovedì 29 ottobre 2015

Cose di donne...



Era una sera di un giovedi qualunque...

Quel giovedi era stato terribile.  Una di quelle giornate in cui non ti fermi mai e appena trovi un attimo di tempo per rilassarti sul divano, collassi. Una di quelle giornate infinite passate in università a studiare come se non ci fosse un domani. Mille peripezie lungo la via del ritorno: mezzi in ritardo che arrivano strapieni di gente che puzza, pioggia, freddo e fame! Anzi, fame mista a quella disperata consapevolezza che una volta raggiunta la propria dimora,nessuno avrà già preparato la cena (mi manchi mamma!) e nessuno avrà sistemato la stanza lasciata in completo disordine alle sei del mattino perchè eri troppo indecisa su cosa indossare. E, aggiungiamolo pure, primo giorno di ciclo. Pertanto, era un giovedi qualunque in cui sai già che dovrai litigare con qualcuno. 
La giornata,tuttavia, era giunta al termine e non avevo azzannato nessuno, non avevo dato risposte acide e avevo salvaguardato tutte le mie amicizie. Pertanto qualcuno doveva ancora subire. Qualcuno doveva pagare.

Quel giovedi,  giunta a casa, accendo la tv distrattamente. Pubblicità,ovvio!
Pubblicità di Intimissimi.
Manuela. Bruna. Strafiga. Abbronzata. Solo in intimo.
Come si presenta? Così:

 Sono una studentessa, sono curiosa, sono determinata, sono il calore della mia risata. Questa è la mia storia,unica come il mio reggiseno.

Il tutto mentre lei legge un libro indossando solo un completo intimo.
Prima di innervosirmi, prendo il mio smartphone, vado su youtube e cerco lo spot. Trovato. Sotto trovo una serie di spot in cui Intimissimi racconta, cito testualmente, “otto storie di donne reali”. Non mi interessano le restanti sette categorie, mi basta questa perché vi appartengo.
Ed è esattamente in quel momento che mi sono veramente infuriata.

Donne reali? Ma di cosa stiamo parlando? Ora Manuela, o non sei una studentessa oppure ti odio senza conoscerti. Se fossi una studentessa avresti tracce di cellulite. Puoi fare tutta la palestra che vuoi ma,bella mia, la cellulite da studio la devi avere. Altrimenti ti odio. Manuela, ma davvero studi mezza nuda? Io non ho mai sentito di una studentessa in piena sessione estiva, essere cosi strafiga. Non è possibile. Altrimenti ti odio.  Ma poi cosa significa “sono il calore della mia risata”? Cosa c’è da ridere? Quando si prepara un esame c’è solo da piangere.  È una lotta contro il tempo perché quello non basta mai. Non ci si lava. Si puzza e non si mangia. E se si mangia, si mangia merda. Da qui la ragione per cui una deve avere tracce di cellulite. Se l’esame lo si prepara durante la sessione estiva, si è osceni. Si puzza di più, si è brutti e si è cadaverici. Uno studente universitario lo riconosci subito dal pallore della pelle. E tu, Manuela, sei davvero tutto tranne che pallida.  Se l’esame è durante la sessione invernale si è brufolosi causa barattoli di nutella. Ci si veste con maglioni di lana mega lunghi e si puzza uguale. Sicuramente uno va in giro per casa imprecando e promettendosi “il prossimo esame lo si inizia a studiare per tempo”, oppure la bugia più grande che uno studente universitario può dirsi: “ questo semestre sistemo gli appunti lezione per lezione”.
Invece puntualmente si è sommersi da appunti, libri da studiare, progetti da consegnare in una tempistica disumana. Gli effetti collaterali di questa vita sono veramente molteplici. E questa cosa fa? Balla..s’abbronza, sculetta e studia in intimo. Ma anche a voler studiare in intimo, davvero indossi quell’intimo in casa? No perché allora ti odio.
Manuela vestiti e fila a studiare per favore!

Era una sera di un giovedi qualunque…